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Agisco quindi sono... ultima parte

Mappa antica AteneSiamo giunti all'ultima parte, finalmente! Dunque, eravamo rimasti l'ultima volta di fronte a quello che può essere considerato il nodo centrale del problema cioè, sempre, se la "materia" (l'anima concupiscibile) possa essere domata dalla "forma" e il soggetto divenire autosufficiente e padrone dei propri pensieri e delle proprie azioni. In realtà, per i Greci l'uomo non era ancora all'altezza delle sue azioni, in ogni situazione e specialmente in quelle fortuite e accidentali, esattamente come l'artigiano non era all'altezza della sua opera (infatti non faceva che imprimere nella materia preesistente una forma altrettanto preesistente) [Vernant, Vidal-Naquet 1976 pag. 61]. Per questo così spesso troviamo il ricorso agli dei e vediamo il tempo divino irrompere in quello umano: il primo completa e finalizza il secondo, che non ha ancora acquisito autonomia e indipendenza.
Dunque, l'uomo non è ancora completamente padrone del suo tempo, come non lo è dei suoi atti; è perciò ancora più vulnerabile alle forze esterne. Ed è proprio queste che evoca la tragedia, risvegliando, a dispetto del puro pensiero, il principio inferiore dell'anima, la materia, il disordine, la necessità. L'antropologia platonica tuttavia non può permetterlo, e si prefigge di assimilare l'umano alla forma, alla perfezione e all'uniformità divina, con una nuova paideia che abbia potere sull'anima.

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Agisco quindi sono... quarta parte

Edipo a Colono... Eravamo rimasti a Platone che vuole in qualche modo proteggersi e proteggere dagli attacchi del caos e della fortuna, bandendo la poesia dalla città. Perché? In questa sede mi limiterò alla sfera della tragedia e riprenderò alcune acute osservazioni di Goldschmidth su questo argomento [Goldschmidth 1979 pagg. 103-140].
Il centro intorno a cui ruota la tragedia è l'azione drammatica (drao significa "faccio", "agisco") la quale imita gli episodi in cui il Bene viene sconfitto. Imita le passioni, le debolezze dell'uomo, alimentando gli istinti più bassi a discapito della chiarezza illuminante della parte razionale: "Le personnages tragiques dans leurs tirades ou dans les discussions reflètent les événements et les suivent, au lieu de leur résister dans une lutte dialoguée" [Goldschmidth 1979 pag. 120-121].
Ora, nella concezione platonica, la parte umana che sopravvivrà alla morte è l'anima razionale. L'anima concupiscibile e quella irascibile sono la psicologizzazione dei desideri "materiali" e, in quanto tali, almeno nella Repubblica sembrano destinate a perire e a ritornare alla terra. Poco importa se parliamo di ananke nel senso omerico di destino ineluttabile o nel senso platonico di materia e divenire incessante e necessario. La matrice è la stessa, e stiamo sempre parlando di una forza che incatena l'uomo impedendogli di elevarsi fino alle alte sfere del pensiero. In Platone l'ananke è il divenire, dunque secondo la sua ontologia l'apparenza, "ciò che non è", contro il vero essere del mondo ideale immutabile ed eterno. Se gli attori prendessero a modello quest'ultimo, l'imitazione sarebbe moralmente valida. Essi invece non imitano ciò che è, ma ciò che non è, cui la ragione aderisce invece di opporre resistenza. Infatti la rappresentazione dei moti passionali dell'eroe è non solo più semplice ma anche più efficace (per quel che concerne la reazione degli spettatori) di quella dell'integrità e virtù dell'uomo saggio e razionale.

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Agisco quindi sono... terza parte

Le tre ParcheTuke, Moira, Ananke: sono i vari nomi che la letteratura, da Omero fino ai tragici, ha dato alla forza cosmica che predetermina le azioni divine. Tale forza viene spesso personificata nelle tre Parche, Cloto, Lachesi, Atropo, che, figlie della Notte o di Zeus e Temi, filano lo stame della vita degli uomini (Omero, Iliade, 24, 209) [Luebker 1993 pag. 785]. Esse affondano le radici nel mito della "Teogonia" esiodea, che narra di Gea figlia di Caos e "grande madre" (Potnia) generatrice e nutrice di tutti i viventi [Untersteiner 1984 pag. 372 sgg.].
Se vogliamo dirlo con Platone, essa è il ricettacolo (upodoke) (Platone, Timeo, 49A) che fornisce la "materia" da cui nessuna forma può prescindere. Essa è dunque necessaria. Dalla sua unione con Urano, il cielo, principio maschile e "formatore", nasceranno i Titani, tra cui anche Temi, la giustizia. Da qui comincia la lotta tra potenze celesti (Urano) e ctonie (Crono), poi tra gli dei luminosi dell'Olimpo (mondo olimpico, maschile) e gli oscuri Titani figli della terra (mondo preolimpico, femminile), che alla fine verranno sconfitti (Esiodo, Teogonia, 116 sgg.). In questa narrazione la mitologia non è certo priva di crudeltà, invidia e vendette tra dei: sono infatti queste divinità che ricalcano tutte le debolezze umane, le quali divengono in questo modo paradigmatiche ed eterne.
Tali erano peraltro i concetti che venivano trasmessi nell'Atene del V-IV secolo a.C. e costituivano a tutti gli effetti il sostrato culturale della città, quindi anche dell'educazione dei bambini. Di Omero ed Esiodo non si tralasciava nulla: gli dei capricciosi e vendicativi, il destino ineluttabile, le metamorfosi, etc. erano tutti argomenti presentati ai fanciulli senza discriminazione alcuna.
Ecco che, a questo punto, entra in campo Platone, che si fa paladino della decostruzione di tale paideia [Gastaldi 1998].
Anch'egli ingaggia una sua propria "titanomachia", e col preciso scopo di liberarsi di ogni residuo di "materia", di disordine, di caos, di imprevisto.

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Il Doppio: ancora sullo specchio

GiamblicoHo cercato (invano purtroppo) in questi giorni una antica citazione in cui si diceva di porre attenzione quando ci si guarda allo specchio (o su qualche superficie riflettente) poiché nel riflesso si potrebbe scorgere il nostro Demone (daimon), l'Altro da Sè. Abbiamo già accennato agli specchi e ai riflessi nell'articolo su "Proclo e i neuroni specchio"... tuttavia credo che questo tema sia molto fertile non solo perché i concetti della ricorsione/riflessione sono senza dubbio attuali e più volte utilizzati anche in ambito cognitivo (e mi riferisco soprattutto ad Hofstadter), ma anche in quanto esso vanta di una ricchissima tradizione che spinge le sue radici nella "notte dei tempi". Si tratta peraltro di un cliché (quello del demone riflesso nello specchio, o dell'Altro da Sè, il Doppio) molto usato e ricorrente in letteratura, non solo in psicologia o filosofia: si pensi, per fare un unico esempio su tutti, al famosissimo romanzo di Stevenson "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde". O al Doppelgänger, il Doppio, il gemello "cattivo". Che si abbia qui a che fare con un qualche tipo di archetipo junghiano? Lo specchio, il riflesso, il doppio, l'Altro da Sè... Va bene, Jung a parte, come sempre mi piace andare indietro nel tempo, e scoprire che cosa i filosofi greci vedevano in questo specchio... o meglio: nell'immagine del Sè che lo specchio ci rimanda. Pur non avendo ritrovato la citazione esatta che cercavo, ne ho recuperato tuttavia una interessante di Giamblico, che così recita: "[I fantasmi] partecipano della falsità e dell'inganno, allo stesso modo delle forme che presentano loro stesse alla vista negli specchi; e così [tali forme] vanamente attraggono la mente verso cose che mai prendono posto in nessuno dei genera più eccellenti. Questi fantasmi, allo stesso modo, consisteranno di perversioni ingannevoli.

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Agisco quindi sono... seconda parte

Ananke - PlatoneMi ricollego a un precedente articolo, "Agisco quindi sono", proseguendone l'argomentazione e approfondendola. Avevo scritto che nell'universo omerico i pensieri e le azioni dello spirito e dell'anima si sviluppano come forze agenti dall'esterno e possono essere concepiti come interventi divini dietro i quali si muove l'ananke, la necessità fatale. Tuttavia, bisogna notare che tali "moti" dell'anima degli eroi dell'Iliade e dell'Odissea si manifestano sotto forma di impulso emotivo (thymos) interno all'individuo agente: è proprio in questo primitivo "io collerico" che, riprendendo Mario Vegetti [Vegetti 1995 pagg. 39-40], è possibile individuare quello che è il nucleo più antico della soggettività. In Omero, infatti, l'ira e la vendetta servono a difendere dagli attacchi esterni l'eroe, la cui dignità e individualità non possono ancora "poggiarsi" su leggi e riconoscimenti stabili. Ad esempio Ettore, dice Omero, "thymos apeura" (privò della vita) Patroclo (Omero, Iliade, 16, 828). Questi pronuncia sì le sue ultime parole (Omero, Iliade, 16, 844-854), ma non può più re-agire, e ciò indica che la sua ora è ormai giunta. E' infatti solo a partire dallo thymos che l'azione segue, e segue necessariamente.

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Proclo e i neuroni specchio

Marcissus at the Fountain (1878) by CeaUna breve premessa sulla phantasia: tradotta in modo un po' fuorviante come "immaginazione", la phantasia deriva dal verbo greco phainesthai, "apparire"... in greco più tardo (ai tempi di Proclo, dunque V secolo d.C.) anche "avere visioni". Una curiosità: da questa medesima radice deriva anche il termine "fantasma".
La storia del termine phantasia è molto lunga e interessante... la riassumerò in poche righe, che certamente non le rendono merito ma che tuttavia danno una seppur vaga idea del suo percorso avventuroso:

  • Platone: nel Sofista (264 a7-b3) egli mescola la phantasia con la sensazione, dunque con il livello più basso della conoscenza. Non sembra darle una dignità a sè;
  • Aristotele: più generoso di Platone con la phantasia, la definisce il livello più alto delle facoltà irrazionali, a stretto contatto con l'opinione (la quale si colloca invece al livello più basso delle facoltà razionale);
  • Plotino: sceglie una via di mezzo. La phantasia è sia il livello più alto delle facoltà irrazionali sia il livello più basso di quelle razionali;
  • Proclo? E' indeciso. Tentenna tra una posizione e l'altra.

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