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Il responso dell'Oracolo di Delfi

Gnothi Seauton"SOCRATE: [...] Bene, una volta Cherefonte arrivò a Delfi, e si permise d'interpellare la Voce e la domanda era [...] se c'era uno più dotto di me. Affiorò la Voce: nessuno era più dotto! [...] Cercate di capire perché vi dico questo. L'idea è di spiegarvi da dove mi è venuta la calunnia. La cosa m'era stata detta. Io me la prendevo calda: "Ma che vuol dire il dio? Che arzigogola? Io, dentro di me, sono ben conscio di non essere un dotto, né grande, né da poco. Dunque, che senso ha la sia rivelazione, che io sarei una cima di dottrina? Che menta, io non credo proprio. Mentire non gli è dato". Per molto tempo ero in imbarazzo sul senso di quel dire. Poi mi sforzai, e mi sbloccai, nel senso di un'indagine mia su questa storia. Ed ecco come.

Andai da uno quotato per la sua cultura, pensando che fosse il miglior modo per mettere in difficoltà l'oracolo, e per svelare, io, alla Voce che: "Quest'uomo è addottrinato più di me: e tu giuravi me". Ora, io scandagliavo questo tipo [...] e mi convinsi che questa persona dava l'idea di essere dotto a un mucchio d'altra gente, e soprattutto a sé: ma non lo era. Dal quel momento divenni antipatico a lui, e a molti altri intervenuti a quella discussione. Mentre ne ne andavo, calcolavo tra me e me che di questa persona, in particolare, io ero più dotto. Seguitemi: magari nessuno di noi due ha una visione perfettamente chiara di qualcosa, ma quello è convinto d'avere una certa visione, e non ce l'ha; invece io, siccome una visione non ce l'ho, neppure presumo. Così mi sono immaginato di essere più su — un piccolo gradino, intendiamoci — di quell'altro in fatto di dottrina, per il fatto che il ciò di cui non ho chiara visione, neppure presumo di vedere chiaro. Nei giorni successivi andai da un altro, di quelli quotati come gente di cultura, e le idee che mi feci collimarono perfettamente, e da quel momento fui antipatico a quest'altro e a molti ancora".

(da Platone, Apologia di Socrate, V 21 a 4-VI 21 e 1, in Platone, Simposio, Apologia di Socrate, Critone, Fedone, a cura di Savino E., Mondadori, Milano 1997)

Riflessione: dice Socrate, lui è ben conscio (si ricordi il gnothi seauton, conosci te stesso) di non essere dotto. E'molto nota la sua affermazione: "Io so di non sapere". Frase così conosciuta che ci scivola quasi addosso, la si dà ormai per scontata e magari la si cita anche nelle conversazioni un po' "colte", a volte per celare una (in verità mal celata) falsa modestia. Peccato. Ci chiediamo che cosa significa veramente avere l'autoconsapevolezza di non sapere?