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Il Doppio: ancora sullo specchio

GiamblicoHo cercato (invano purtroppo) in questi giorni una antica citazione in cui si diceva di porre attenzione quando ci si guarda allo specchio (o su qualche superficie riflettente) poiché nel riflesso si potrebbe scorgere il nostro Demone (daimon), l'Altro da Sè. Abbiamo già accennato agli specchi e ai riflessi nell'articolo su "Proclo e i neuroni specchio"... tuttavia credo che questo tema sia molto fertile non solo perché i concetti della ricorsione/riflessione sono senza dubbio attuali e più volte utilizzati anche in ambito cognitivo (e mi riferisco soprattutto ad Hofstadter), ma anche in quanto esso vanta di una ricchissima tradizione che spinge le sue radici nella "notte dei tempi". Si tratta peraltro di un cliché (quello del demone riflesso nello specchio, o dell'Altro da Sè, il Doppio) molto usato e ricorrente in letteratura, non solo in psicologia o filosofia: si pensi, per fare un unico esempio su tutti, al famosissimo romanzo di Stevenson "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde". O al Doppelgänger, il Doppio, il gemello "cattivo". Che si abbia qui a che fare con un qualche tipo di archetipo junghiano? Lo specchio, il riflesso, il doppio, l'Altro da Sè... Va bene, Jung a parte, come sempre mi piace andare indietro nel tempo, e scoprire che cosa i filosofi greci vedevano in questo specchio... o meglio: nell'immagine del Sè che lo specchio ci rimanda. Pur non avendo ritrovato la citazione esatta che cercavo, ne ho recuperato tuttavia una interessante di Giamblico, che così recita: "[I fantasmi] partecipano della falsità e dell'inganno, allo stesso modo delle forme che presentano loro stesse alla vista negli specchi; e così [tali forme] vanamente attraggono la mente verso cose che mai prendono posto in nessuno dei genera più eccellenti. Questi fantasmi, allo stesso modo, consisteranno di perversioni ingannevoli.

Ciò che è un'imitazione dell'essere [reale], e un'oscura assimilazione, e diventa causa di inganno, non riguarda nessuno dei genera veri e chiaramente esistenti. [...] Infatti quei poteri che seguono gli Dei rivelano immagini reali di loro stessi, ma in nessun modo essi estendono fantasmi di loro stessi, così come [i fantasmi che] esistono nell'acqua, o negli specchi". Testo decisamente esoterico ed evocativo. La traduzione dall'inglese è mia: ho dovuto leggermente modificarla per renderla più chiara, di certo sarebbe necessario l'originale greco per una esatta interpretazione. Tuttavia un messaggio interessante traspare: attenzione alle superfici riflettenti, esse sono veicolo di fantasmi e di immagini ingannevoli. L'Altro da Sè riflesso allo specchio potrebbe dunque essere il nostro signor Hyde, di cui forse non si vorrebbe fare la conoscenza? Sarà anche così, ma si è visto sempre nell'articolo su "Proclo e i neuroni specchio" che le immagini e i riflessi sono veicolo imprescindibile, per quanto non di natura elevata come le facoltà intellettive, di conoscenza (si ricordi il ruolo ambiguo e "sofferto" della facoltà dell'immaginazione o phantasia). Il riflesso fonte ineliminabile di conoscenza è ingannevole, inaffidabile. Kant direbbe che si tratta del solo modo attraverso cui l'essere umano può conoscere: il fenomeno (phainomenon) sarà anche apparenza... ma è pur sempre tutto ciò che possiamo afferrare con i nostri sensi. Finché si tratta di fenomeni esterni tutto fila più o meno liscio, siamo d'accordo con Kant. Ma quando in gioco è la conoscenza di quel fenomeno esterno molto particolare che è il nostro riflesso, quel Doppio dello specchio di cui sopra... che non sta completamente fuori, ma nemmeno esattamente dentro di noi...? 

Fonte:
Iamblichus on the Mysteries of the Egyptians, Chaldeans, and Assyrians