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Agisco quindi sono... terza parte

Le tre ParcheTuke, Moira, Ananke: sono i vari nomi che la letteratura, da Omero fino ai tragici, ha dato alla forza cosmica che predetermina le azioni divine. Tale forza viene spesso personificata nelle tre Parche, Cloto, Lachesi, Atropo, che, figlie della Notte o di Zeus e Temi, filano lo stame della vita degli uomini (Omero, Iliade, 24, 209) [Luebker 1993 pag. 785]. Esse affondano le radici nel mito della "Teogonia" esiodea, che narra di Gea figlia di Caos e "grande madre" (Potnia) generatrice e nutrice di tutti i viventi [Untersteiner 1984 pag. 372 sgg.].
Se vogliamo dirlo con Platone, essa è il ricettacolo (upodoke) (Platone, Timeo, 49A) che fornisce la "materia" da cui nessuna forma può prescindere. Essa è dunque necessaria. Dalla sua unione con Urano, il cielo, principio maschile e "formatore", nasceranno i Titani, tra cui anche Temi, la giustizia. Da qui comincia la lotta tra potenze celesti (Urano) e ctonie (Crono), poi tra gli dei luminosi dell'Olimpo (mondo olimpico, maschile) e gli oscuri Titani figli della terra (mondo preolimpico, femminile), che alla fine verranno sconfitti (Esiodo, Teogonia, 116 sgg.). In questa narrazione la mitologia non è certo priva di crudeltà, invidia e vendette tra dei: sono infatti queste divinità che ricalcano tutte le debolezze umane, le quali divengono in questo modo paradigmatiche ed eterne.
Tali erano peraltro i concetti che venivano trasmessi nell'Atene del V-IV secolo a.C. e costituivano a tutti gli effetti il sostrato culturale della città, quindi anche dell'educazione dei bambini. Di Omero ed Esiodo non si tralasciava nulla: gli dei capricciosi e vendicativi, il destino ineluttabile, le metamorfosi, etc. erano tutti argomenti presentati ai fanciulli senza discriminazione alcuna.
Ecco che, a questo punto, entra in campo Platone, che si fa paladino della decostruzione di tale paideia [Gastaldi 1998].
Anch'egli ingaggia una sua propria "titanomachia", e col preciso scopo di liberarsi di ogni residuo di "materia", di disordine, di caos, di imprevisto. Gli dei dell'Olimpo hanno vinto la loro battaglia, hanno assoggettato il "femminile", il terrestre, la materia, la quale tuttavia è rimasta sotto forma di potenza cosmica onnipresente e invincibile cui loro stessi, alla fine, si devono piegare. C'è dunque ancora un residuo non riducibile a razionalità e ordine. E' appunto l'ananke. D'altro canto, nemmeno l'esito della battaglia di Platone è risolutivo. Infatti, la sua città ideale vive pagando un caro prezzo in termini di ricchezza e varietà di esistenze umane. E tuttavia Platone, "lungi dal riimmergersi in una lontananza primordiale" [Gadamer 1983 pag. 213], è il combattente che difende la Verità, la Giustizia, il Bene continuamente minacciati da un oscuro deposito ancestrale che rischia di minare le basi della stessa polis, se non viene fermato in tempo.
Come fare? Il nucleo da cui siamo partiti nelle prime "puntate" (cfr. Agisco quindi sono e Agisco quindi sono... seconda parte) è l'anima, ed è proprio su quest'ultima che Platone intede fare leva. Se il pensiero orfico-pitagorico aveva operato una netta cesura tra anima immortale transindividuale e corpo materiale percorso dalle passioni, Platone, per così dire, "psicologizza" sia la prima che le seconde e pone la loro sede nell'interiorità dell'uomo [Vegetti 1995 pag. 48]: se ridotta a conflitto interno, dell'anima, la sua battaglia contro i Titani potrebbe avere felice esito! Egli dunque distingue, accanto a un'anima razionale che può ricordare quella della tradizione orfico-pitagorica, anche un'anima concupiscibile e una irascibile (lo thumos, che media tra le due precedenti): queste ultime due, se "persuase", usando la terminologia del Timeo (Platone, Timeo, 48A), possono assurgere a ruolo importante anche all'interno della città ideale, così come concepita da Platone.
Ecco che Platone dunque "riduce" l'elemento sensibile, lo organizza e riordina per un fine superiore, strettamente attinente alla sfera del Bene. Il sogno di Platone, in verità, è che questa operazione non lasci fuori nulla che possa restare indipendente dalla sfera razionale. E proprio questo è uno dei nodi più spinosi della sua argomentazione: c'è sempre, ancora, qualcosa che sfugge... Vediamo cosa. Il Demiurgo non potrebbe ordinare il caos, se tale caos non gli fosse dato. L'anima irascibile (lo thumos, il coraggio, il furore guerriero) è il "nervo dell'anima" [Vegetti 1995 pag. 50] stessa e il garante della sicurezza della città, se correttamente educata nei guardiani. Ancora: per produrre "lo scenario cittadino ideale" in cui il ceto militare così educato possa inserirsi, Platone deve inizialmente utilizzare la tirannide, che alla fine sopprimerà se stessa, ma la cui forza e imposizione violenta sono inizialmente indispensabili. E infine: l'eros è l'energia innata dell'anima, e senza l'attrazione erotica verso la bellezza corporea non può venire amata nemmeno la bellezza ideale della Giustizia e del Bene [Vegetti 1995 pagg. 61-62]. C'è dunque una materia che deve essere ordinata da una forma. Tuttavia c'è sempre una materia (esattamente come per gli dei resta sempre l'ananke, cui volenti o nolenti debbono sottostare), sia nell'anima, che nella città che nell'intero universo. Si intravede tuttavia una possibilità all'orizzonte, di vittoria: "se desideri e passioni appartengono all'anima e non al corpo, essi risultano in qualche modo omogenei alla facoltà razionale (...) e sono quindi almeno potenzialmente educabili" [Vegetti 1996 pag. 130]. Tale potenzialità non potrà però realizzarsi per Platone, finché la poesia non verrà bandita dalla città. Egli vuole in qualche modo proteggersi e proteggere dagli attacchi del caos e della fortuna, mentre la poesia risveglia le passioni, l'irrazionale che minaccia l'intelletto dell'uomo e, di conseguenza, l'ordine e la giustizia della città. Perché? Lo scopriremo... nella prossima puntata!

Fonti
Gadamer, H.G. (1983) Studi platonici, vol. I, Torino, Marietti
Gastaldi, S. Paideia/mythologia, in Platone, La Repubblica, trad. e commento a cura di Mario Vegetti, vol. II,   libro II-III, Bibliopolis, Napoli, 1998, pagg. 333-392
Luebker, F. (1993) Il lessico classico, Bologna, Zanichelli
Untersteiner, M. (1984) Le origini della tragedia e del tragico, Milano, Cisalpino
Vegetti, M. Passioni antiche: l'io collerico (1995) in Storia delle passioni, a cura di Silvia Vegetti Finzi, Roma-Bari, Laterza
Vegetti, M. (1996) L'etica degli antichi>, Roma-Bari, Laterza