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Agisco quindi sono... ultima parte

Mappa antica AteneSiamo giunti all'ultima parte, finalmente! Dunque, eravamo rimasti l'ultima volta di fronte a quello che può essere considerato il nodo centrale del problema cioè, sempre, se la "materia" (l'anima concupiscibile) possa essere domata dalla "forma" e il soggetto divenire autosufficiente e padrone dei propri pensieri e delle proprie azioni. In realtà, per i Greci l'uomo non era ancora all'altezza delle sue azioni, in ogni situazione e specialmente in quelle fortuite e accidentali, esattamente come l'artigiano non era all'altezza della sua opera (infatti non faceva che imprimere nella materia preesistente una forma altrettanto preesistente) [Vernant, Vidal-Naquet 1976 pag. 61]. Per questo così spesso troviamo il ricorso agli dei e vediamo il tempo divino irrompere in quello umano: il primo completa e finalizza il secondo, che non ha ancora acquisito autonomia e indipendenza.
Dunque, l'uomo non è ancora completamente padrone del suo tempo, come non lo è dei suoi atti; è perciò ancora più vulnerabile alle forze esterne. Ed è proprio queste che evoca la tragedia, risvegliando, a dispetto del puro pensiero, il principio inferiore dell'anima, la materia, il disordine, la necessità. L'antropologia platonica tuttavia non può permetterlo, e si prefigge di assimilare l'umano alla forma, alla perfezione e all'uniformità divina, con una nuova paideia che abbia potere sull'anima.

In particolare, risulta essere importante il momento dell'infanzia: infatti, nella psiche del bambino pláttetai túpos ("plasmando si fa penetrare l'impronta"). Túpos deriva da túptein (battere): si tratta dell'impronta che si ottiene battendo il metallo per dargli la forma entro cui si fondeva la statua [Gastaldi 1998 pag. 269]. Fuori di metafora: bisogna modellare l'anima del fanciullo con grande cura e attenzione perché i suoi contorni definiscono già il futuro adulto.
Si può allora ben comprendere con quanta disapprovazione Platone guardasse ad Omero, Esiodo e ai tragici: le loro immagini, potenziate ulteriormente da musica e rappresentazione teatrale, si imprimono nella mente del bambino il quale, poi, agirà di conseguenza. In altri termini il bambino, invece di resistere con la ragione alla mutevolezza degli eventi, asseconderà il principio inferiore dell'anima e il divenire degli eventi.
Al contrario, secondo Platone, ai bambini dovranno leggersi solo racconti di uomini virtuosi e di divinità buone e immutabili [Platone, Repubblica, 395c]. Come può un dio essere malvagio [Platone, Repubblica, 391e]? Non solo: ognuno dovrà coltivare un solo talento in cui possa eccellere, perché unica deve essere l'impronta che si dà all'anima, a immagine del divino semplice ed eterno [Platone, Repubblica, 394e]. La musica e i gesti devono accompagnare le parole in modo da accrescere l'effetto sull'anima: "[...] l'anima imita la qualità dei suono e dei ritmi capaci pertanto, se armoniosi, di instaurare ordine e controllo e, se confusi e disordinati, di condurre a una configurazione del tutto opposta [...]. La musica rappresenta il veicolo più potente ed efficace per la formazione dell'ethos [...]. Anche le armonie e i passi di danza devono riprodurre le movenze e i comportamenti di chi è dotato di un ethos agathos" [Gastaldi 1998 pagg. 299-300].
Questa sia l'educazione dei guardiani della città: secondo Platone essi sono dunque incrollabili e la loro condizione è simile a quella degli dei. Nulla può abbatterli: "se imitano, dovranno imitare fin da fanciulli i modelli che a loro si addicono: persone coraggiose, temperanti, pie, liberali" [Platone, Repubblica, 395c] che non suscitino né pietà né paura, come direbbe Aristotele, ma solo ammirazione. Non è contemplato un caso come quello dell'Ecuba euripidea, una donna eccellente che, abbattuta dalla morte di suo figlio Polidoro, si abbandona al threnos e degrada a condizione ferina dopo essersi crudelmente vendicata dell'assassino del fanciullo.
Nella città ideale di Platone i guardiani non hanno propri genitori o propri figli. Perciò, una morte non può sconvolgere. La tragedia porta invece in scena valori opposti: la protagonista è sempre una famiglia dove fatale e riprovevole è la violazione dei vincoli di sangue. Tale violazione è un míasma (macchia) che solo la rovina di tutti i membri del genos potrà purificare. La stirpe degli Atridi e quella dei Labdàcidi basti per tutte: non un solo componente sfuggirà alla rovina. In Grecia era molto sentito il valore della filía familiare, cui tutti venivano educati sotto la guida del testo omerico, la cui autorità era incontestabile.
"Ma d'altra parte non si deve onorare un uomo più della verità" [Platone, Repubblica, 595c], ricorda Platone . E', la sua, una verità che esclude le ambiguità dei sentimenti.
Tuttavia, Nagy ricorda che "l'immagine dell'eccellenza umana è opposta alla condizione dell'essere autosufficiente o privo di bisogni" [Nussbaum 1996 pag. 75 nota 3] e la tragedia mette in guardia dal rischio che comporta una simile concezione (ricordo ancora le figure di Creonte ed Eteocle, citate nella parte IV di questo articolo): non si possono ignorare Dioniso ed Eros senza portarne le conseguenze.
Platone può allontanare attraverso un provvedimento esteriore la tragedia dalla città, ma non può cancellare gli impulsi e le passioni del principio inferiore dell'anima. Egli lo sa e il "Fedro" lo testimonia.
La battaglia di conclude dunque in parità.

Fonti:
Gastaldi, S. Paideia/mythologia, in Platone, La Repubblica, trad. e commento a cura di Mario Vegetti, vol. II, libro II-III, Bibliopolis, Napoli, 1998
Nussbaum, M. (1996) La fragilità del bene, Bologna, Il Mulino
Vernant, J.-P.; Vidal-Naquet, P. (1976) Mito e tragedia nell'antica Grecia, Torino, Einaudi