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Se l'informazione in-forma ancora...

Mappa mentale in cineseUn po' di tempo fa un tweet di Architecta (la Società italiana di Architettura dell'Informazione) ha segnalato una entry interessante sulla Stanford Encyclopedia of Philosophy, ovvero un lungo articolo sulle Semantic Conceptions of Information. Mi sono subito incuriosita, e l'ho letto. Propongo quindi qui alcune riflessioni / dubbi / osservazioni a valle della mia lettura del testo.
Mi soffermerò brevemente solo su tre punti che mi hanno colpito, l'articolo è molto lungo e ricco e merita di essere studiato per intero:

L'incipit:
Si specifica che verrà considerata l'informazione come un "dato significativo". Questo sarà il parametro generale che verrà utilizzato per delineare le varie teorie sul tema, si chiarisce ulteriormente. Viene anche detto che tale presupposizione è / può essere oggetto di critiche, ma, giustamente, è necessario avere in partenza un oggetto chiaro e ben definito di analisi. La significatività appartiene in effetti all'etimologia stessa di informazione, in quanto quest'ultima è direttamente collegata all'idea di "immettere una forma", dare una struttura a qualcosa (immateriale o materiale che sia) affinché tale forma / struttura sia rappresentabile e acquisibile dalle strutture cognitive di un soggetto (mi piace dirla con Kant: dallo spazio, dal tempo e dalle categorie dell'intelletto).

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Uomo-Macchina: Hegel oggi

Leonardo da Vinci [Public domain], via Wikimedia CommonsCon il web 2.0, a causa dell'identità virtuale potenzialmente (e anche realmente) presente su diverse piattaforme non più separate ma interagenti (dunque uno stesso soggetto può viaggiare su diversi "mondi paralleli" senza soluzione di continuità), della propagazione virale e sincronica dell'informazione, della facilità di creazione e modifica dei contenuti, ormai svincolati da struttura e presentazione, e delle applicazioni, dati e servizi accessibili on line in ogni momento e con la personalizzazione desiderata e indipendenti dal personal computer (o più in generale, dall'hardware specifico in possesso dell'utente), si perdono i confini tra soggetto (identità) e oggetto (luogo virtuale, ma anche informazione, servizio, etc.), e non si ha più il meccanismo tipico del soggetto che "usa" l'oggetto, ma si verifica un cambio di paradigma: in qualche modo è l'oggetto che definisce il soggetto e la sua identità, e quest'ultimo si trova a dovere cedere almeno in parte il controllo per avere in cambio disponibilità immediata di informazioni e servizi. Non importa più dove sia l'informazione di interesse, semplicemente essa si trova dove si trova l'utente. In altri termini, dal momento che gli oggetti virtuali sono potenzialmente infiniti, l'identità che con essi ha interagito (lasciando delle tracce) ne risulterà delocalizzata e anch'essa necessariamente "moltiplicata": è infatti più difficile, con il web 2.0, ricostruire con un diagramma la propria identità, o meglio, è certamente fattibile, ma esso risulterà complesso e ramificato. Bene dice Salvo Mizzi in un suo articolo, in cui riconduce il passaggio da web 1.0 a web 2.0 alla dialettica hegeliana servo-padrone: "Nella sua prima manifestazione fenomenica, Internet era ancora un paleoconcetto rudimentale

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Platone e il ray tracing

Ray tracingL'algoritmo di ray tracing è usato nella computer grafica per ricostruire il percorso che fa la luce non dalla fonte alla destinazione, ma al contrario, a partire dall'oggetto di visione fino alla fonte di luce, tenendo conto anche dei vari oggetti che nel percorso vengono "incontrati" dal raggio stesso. Non entrerò nel dettaglio, comunque è molto utile per riprodurre effetti di rifrazione, riflessione, etc.
Ora, effettuando un salto pindarico notevole e credo non molto legittimo... ma tant'è! leggendo la descrizione e il funzionamento di questo algoritmo non ho potuto che pensare a come Platone concepiva il processo della visione degli oggetti. Mi colpisce il fatto che anche il suo ragionamento, esattamente come l'algoritmo di ray tracing, è assolutamente contro-intuitivo: per lui infatti non è la fonte di luce che raggiunge l'oggetto e quindi la nostra vista... ma esattamente il contrario. E' nella nostra vista che, secondo Platone, ha origine un "fuoco", il quale incontra nell’aria il raggio di luce, e con esso si mischia per produrre una sorta di "corpo visivo" che va dall’occhio all’oggetto e che consente di trasferire prima all'occhio e poi all'anima la visione ultima dell'oggetto in esame. Esattamente al contrario la pensava invece Democrito, e la sua concezione è senza dubbio molto più "intuitiva" di quella platonica: ogni tipo di percezione (non solo quella visiva) segue il percorso oggetto --> soggetto, ove dall'oggetto si staccano degli atomi che vengono a colpire i nostri organi di senso e abilitano così la vista, l'udito, il tatto, etc.

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Platone Java e Aristotele SQL

By en:Raphael (Rafaello Sanzio, 1483–1520) (Unknown) [Public domain], via Wikimedia CommonsCome nel bellissimo dipinto della Scuola di Atene di Raffaello Platone viene raffigurato mentre punta l'indice verso l'alto (il mondo delle Idee, l'iperuranio) e Aristotele di converso mostra il palmo della mano verso il basso (il mondo "terreno"), così, se oggi mi svegliassi e sentissi l'esigenza di associare dei linguaggi di programmazione ai due Maestri, attribuirei al primo (Platone) Java, o comunque un linguaggio orientato agli oggetti, al secondo (Aristotele) invece l'SQL, e pure un linguaggio di modellazione, come l'UML o l'Entità-Relazione. In altri termini, farei fare al primo il programmatore Java (o C++), mentre lascerei al secondo la progettazione concettuale, logica e fisica delle banche dati.

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